Rassegna stampa




MediaMario Ferrarini, Direttore della Fondazione Vanoni


Giugno-luglio 2019

INTERVISTA APPARSA SU TICINO WELCOME


INTERVISTA A MARIO FERRARINI, DIRETTORE DELLA FONDAZIONE VANONI, ISTITUZIONE PROFONDAMENTE RADICATA NEL CUORE DEI LUGANESI E NON SOLO.


Lei è Direttore della Fondazione Vanoni, qual è il suo scopo statutario?

«Lo scopo della Fondazione Vanoni, che esiste in Ticino da oltre 150 anni, è sempre stato quello di sostenere e garantire un aiuto all’infanzia disagiata nel Cantone e in particolare nel territorio del Luganese. Oggi questo concetto si è evoluto in linea con i tempi moderni, e quindi non si offre aiuto solo direttamente all’infanzia, ma anche alle famiglie che ruotano attorno a un bambino in condizione di disagio. Coerentemente con questa evoluzione, dall’originario orfanotrofio femminile fondato nell’Ottocento, si è arrivati col tempo a creare tante nuove strutture: un Centro educativo per minorenni che provengono da situazioni familiari problematiche, tre unità scolastiche differenziate per bambini di scuola elementare con importanti disturbi del comportamento, e infine un servizio operativo sull’intero territorio ticinese, che si occupa di entrare nelle case per un servizio di sostegno e accompagnamento educativo, nei casi in cui non si renda necessario il collocamento del minore in un istituto».


Quali sono i tratti salienti della storia della Fondazione?

«Tutto nasce nella Lugano dell’Ottocento con la signora Antonia Vanoni, nata nel 1804, ultimogenita di una famiglia di importanti commercianti luganesi. Antonia fu dapprima attratta dalla vita monastica: nel 1827 entrò nel monastero di San Giuseppe a Lugano, ma a causa di problemi di salute fu costretta a uscirne un anno dopo. Poi di lei non si sa più nulla per una quarantina d’anni, fino al 1869, quando sono attestate le prime accoglienze da parte sua di bambine orfane o provenienti da famiglie difficili, nella sua casa in via Nassa.

Due anni dopo, nel 1871, Antonia Vanoni inaugurò un orfanotrofio femminile in un suo sedime in via Simen 11, che è ancora oggi sede della Fondazione Vanoni. Questa struttura era gestita da suore, della congregazione Santa Croce di Meinzingen e la prima bambina orfana segnata sui registri, tale Maddalena, nata nel 1858, venne accolta il 7 dicembre 1871. Con lei quel giorno arrivarono altre quattro bimbe, Erminia, Rachele, Barberina e Martina, tutte fra i 7 e i 13 anni.

In seguito nel 1888, due anni prima di morire, la signora Vanoni creò ufficialmente la Fondazione che porta il suo nome, e che da allora è sempre rimasta attiva, prima sul territorio luganese, poi in tutto il Ticino, nel rispetto delle linee pastorali della Diocesi di Lugano.

Nel 1980 si è iniziato ad accogliere anche bambini maschi, mentre dal 1992 la direzione dell’Istituto è diventata laica, nel contesto di una fase di transizione dove gli operatori sociali laici si sono sempre più sostituiti alle ultime suore rimaste. Nel frattempo la Fondazione Vanoni ha anche allargato il suo raggio d’azione a tutta un’ampia casistica di disagi infantili e familiari. Oggi i minori seguiti ogni anno sono quasi 500, provenienti da tutti i ceti sociali del Cantone».


A quali progetti avete dato avvio negli ultimi anni?

«Nel 2000, insieme ad altre due fondazioni ticinesi, abbiamo creato il Servizio territoriale di sostegno e accompagnamento educativo SAE, che dal 2011 è gestito esclusivamente dalla Fondazione Vanoni. Nel 2012 è stato avviato un Servizio di consulenza familiare interno al CEM-Centro educativo per minorenni, con l’obiettivo di riattivare i legami tra i genitori e i bambini ospiti dell’istituto: questo servizio è stato poi preso a modello anche da altre istituzioni locali. Nel 2013 è stato attivato un appartamento collegato al CEM per dare continuità al percorso di crescita, una volta che i ragazzi ospiti abbiano raggiunto la maggiore età e desiderino andare verso una propria autonomia. Di recente, col SAE, è stato creato un gruppo multi-familiare, che ha come obiettivo fare interagire le famiglie con bambini in difficoltà, ma in questo caso non ospiti dell’istituto. Infine, dall’inizio di quest’anno abbiamo attivato il progetto di un appartamento interno all’istituto, che permette ai minorenni ospiti di passare del tempo insieme ai loro genitori, in maniera strutturata e con la presenza di una consulente familiare». 


Qual è la strategia della Fondazione per i prossimi anni?

«Dopo oltre 150 anni di esistenza, la strategia principale è quella di dare continuità ai valori impressi alla Fondazione dalla sua ideatrice: in primo luogo l’accoglienza per l’infanzia disagiata, il rispetto, la solidarietà. Valori di ispirazione cristiana, che oggi vengono reinterpretati e attualizzati in base alle esigenze del mondo moderno e alla carta dei diritti del fanciullo, ma restando fedeli ai princìpi originari. Cerchiamo di essere una Fondazione dinamica e attenta ai nuovi bisogni della società, in modo da adeguarvi le prestazioni che vengono offerte dai nostri operatori.

Da questo punto di vista è anche importante garantire una particolare attenzione allo sviluppo dei nostri dipendenti, in modo che la loro motivazione resti alta e possa portare a garantire l’elevata qualità della nostra offerta. Dal punto di vista pratico, all’orizzonte c’è poi il grande progetto per la costruzione di un nuovo istituto sul sedime di via Simen: attualmente l’istituto è in trasferta in una sede provvisoria in via Brentani, sempre a Lugano. Si procederà nei prossimi anni a demolire il vecchio edificio e poi a edificarne uno nuovo, processo in cui attualmente è impegnato in prima linea il Consiglio di fondazione».


Quali collaborazioni avete al momento in atto con istituzioni in Ticino?

«Innanzitutto c’è un’ottima collaborazione con lo Stato, che riconosce tutte le prestazioni che eroghiamo per l’infanzia in difficoltà nel Cantone; per il Centro educativo per minorenni abbiamo anche il riconoscimento federale, nella fattispecie da parte dell’Ufficio federale di Giustizia, con il quale collaboriamo regolarmente. Io, in qualità di coordinatore della conferenza dei direttori dei Centri educativi ticinesi, partecipo attivamente a vari gremi di aiuto sociale per minorenni, sia a livello cantonale sia a livello svizzero: in questi ambiti si condividono e si scambiano esperienze e strategie, con lo scopo di migliorare ulteriormente le reciproche offerte di servizi alla società».


Che cosa deve fare una Fondazione come la vostra per continuare ad essere innovativa e quali sono gli errori da evitare?

«Abbiamo da sempre la consapevolezza che la gestione finanziaria non può dipendere solo dallo Stato: il privato deve fare la sua parte, anche nell’ambito sociale. La Fondazione Vanoni, quando crede in un progetto, lo sostiene anche dal punto di vista finanziario, e proprio in questi anni stiamo intensificando la ricerca di ulteriori partner che, grazie alla loro sensibilità, possano dare seguito a qualcuna delle nostre iniziative sempre finalizzate all’aiuto dell’infanzia vulnerabile.

Per quanto riguarda gli errori da evitare, dobbiamo fare molta attenzione a non accodarci acriticamente alle mode passeggere e mantenere invece un solido legame con la tradizione della Fondazione e i suoi valori, consolidandoli ogni giorno; tutto questo per permettere uno sviluppo il più sano possibile dei giovani che ospitiamo e, si spera, anche per alleviare le sofferenze che stanno dietro a tante difficili condizioni familiari».





MediaLa sede provvisoria della Fondazione Vanoni in Via Brenatani 5 a Lugano



4 marzo 2019

ARTICOLO APPARSO SUL SETTIMANALE AZIONE

di Fabio Dozio



LA FAMIGLIA AL CENTRO

Socialità – La Fondazione Vanoni è attiva in Ticino dal 1888. Offre un centro educativo, una scuola e un servizio di sostegno alle famiglie che riguarda 420 minori di tutto il Ticino


Orsacchiotto, giraffa, riccio, bamboline, sono gli amici che hanno accolto la piccola A., di quattro anni, quando la scorsa estate è arrivata nella sua nuova cameretta della Fondazione Vanoni. Proveniva da un altro istituto, non è mai stata a tempo pieno in famiglia da quando è nata. Per fortuna con lei c’è anche il fratellino di sei anni. I genitori sono separati, vorrebbero occuparsi dei bimbi, ma non ce la fanno. La vita in istituto deve somigliare il più possibile a quella in famiglia, una camera accogliente, la scuola dell’infanzia e poi, soprattutto, un educatore che si prende cura della bimba con tutte le attenzioni del caso, con il gioco, le coccole e le storie da raccontare la sera, prima di dormire.

L’Orfanatrofio femminile Vanoni è stato creato nel 1869 da Antonia Vanoni, appartenente a una facoltosa famiglia di commercianti luganesi. Cattolica devota, per garantire la continuità dell’opera assistenziale da lei iniziata, nel 1888 Antonia decise di dare fondamento giuridico all’Orfanatrofio istituendo l’omonima Fondazione. Sono passati tanti anni e la Fondazione si è adattata ai cambiamenti della nostra società e oggi è una delle strutture riconosciute come centro educativo dal Cantone.

Il valore principale della Fondazione rimane la famiglia: ormai non si tratta più solo di genitori e figli, ma anche di famiglie allargate e complicate.

I ragazzi che fanno capo al Centro educativo Minorile (CEM) sono 48 e vanno dai 4 anni ai 18, ma possono rimanere anche fino a 20. Ci sono 30 posti disponibili in internato e 18 in esternato. Sono giovani che provengono da situazioni di disagio famigliare, a volte hanno subito maltrattamenti, oppure sono vittime dell’incapacità di cura dei genitori. Arrivano al Centro secondo due modalità. Possono essere collocati spontaneamente dai genitori che si rendono conto di non farcela, oppure vengono indirizzati alla Fondazione dalle Autorità, in questo caso con decisione vincolante, anche se non c’è l’accordo dei genitori. «I ragazzi che abbiamo qui non hanno comportamenti devianti. – ci spiega il direttore della Vanoni, Mario Ferrarini – Provengono da famiglie fragili che si trovano in difficoltà, con disagi socio-psicologici e a volte con difficoltà finanziarie, e quindi i figli soffrono. Sommando questi elementi si ottiene spesso un risultato esplosivo. La struttura ha il compito di abbassare questa esasperazione, per intervenire sulle risorse della famiglia. Obiettivo per tutti è il rientro in famiglia, anche nelle situazioni più pesanti, dove siamo confrontati con maltrattamenti. Per noi il legame genitoriale rimane fondamentale».

Il CEM è aperto, secondo i bisogni degli ospiti, tutti i giorni dell’anno e la vita quotidiana si svolge in quattro gruppi educativi. Ma, soprattutto, si lavora in stretto rapporto con i servizi per i minori presenti sul territorio (Ufficio famiglie cantonale, Servizio Medico Psicologico, Autorità Regionali di Protezione, Magistratura dei minorenni, Preture, Servizi di sostegno pedagogico, ecc.), concordando e definendo di comune accordo il progetto di intervento con gli ospiti.

«Il rapporto con i genitori – dice il direttore – è prioritario. Manteniamo contatti telefonici giornalieri e organizziamo visite e incontri. Ogni ospite ha un suo programma specifico. C’è chi torna a casa, magari il mercoledì pomeriggio o il sabato e la domenica. Da gennaio abbiamo una nuova opportunità: un appartamento qui da noi che permette a genitori e figli di stare assieme una giornata o più in autonomia. Minore e genitore sono parte integrante del nostro progetto, l’alleanza con i genitori è fondamentale».

Con la consulenza e il sostegno alle famiglie, la Fondazione persegue lo scopo di permettere ai genitori ai quali sono stati tolti i figli, di recuperare gradualmente la capacità di rispondere adeguatamente alle richieste di attaccamento dei bambini, aumentando la consapevolezza delle famiglie sulle loro difficoltà, per poterle superare.

Altro servizio offerto dalla Fondazione è la scuola, o meglio le Unità Scolastiche Differenziate (USD). Attualmente ci sono tre classi di sei allievi ciascuna. Gli ospiti del CEM seguono di regola le scuole pubbliche di Lugano. Le USD rappresentano una risorsa per fronteggiare tipologie di disadattamento scolastico dovuto a fattori endogeni e/o esogeni: disturbi dell’apprendimento, fragilità delle situazioni famigliari, problemi psico-affettivi. L’obiettivo è superare questi ostacoli recuperando le competenze scolastiche, sociali e relazionali, in modo da poter rientrare nelle classi regolari di scuola elementare.

«Gli allievi delle USD – precisa Mario Ferrarini – sono confrontati con problematiche comportamentali, sono disturbati e non riescono a stare in classe. La scuola le prova tutte, ma poi chiedono a noi di gestirli. È una fase provvisoria, di passaggio, noi continuiamo a lavorare con la sede scolastica da dove provengono. Posso dire che si riscontra una sofferenza emotiva pesante, in bambini di sei o sette anni che dicono: perché devo stare al mondo? Io non valgo niente!».

Secondo il direttore della Fondazione, la condizione delle famiglie non è necessariamente peggiorata negli anni, la situazione è cambiata perché è cambiata la società. Dare in mano un telefonino a un bambino può procurare disastri. Le sollecitazioni del territorio per chi a 12 o 13 anni vuole uscire il sabato sera, creano dinamiche difficili per i genitori, che non sempre sono in grado di dire di no. Anche il mondo del lavoro incide parecchio. Se in famiglia si è confrontati con la disoccupazione o con problemi finanziari, ci sono ricadute negative sui figli.

Nel Duemila la Vanoni ha avviato un nuovo progetto, il Servizio di Sostegno e Accompagnamento Educativo (SAE). Si tratta di un servizio di prevenzione e protezione dei minorenni e delle loro famiglie. Gli operatori del SAE si recano al domicilio delle famiglie per offrire la loro consulenza a bambini e genitori. L’intento è quello di offrire un sostegno ai membri della famiglia in difficoltà, promuovendo la responsabilizzazione rispetto al ruolo educativo, grazie anche alla mediazione per riattivare la comunicazione all’interno del nucleo famigliare. Gli operatori del SAE sono 22 in tutto il Cantone. Nel 2000 50 famiglie e 86 minori hanno incontrato gli operatori del SAE, oggi ci sono 280 famiglie per 420 minorenni. «Abbiamo una famiglia in valle con otto figli, – racconta il direttore Mario Ferrarini – e un’educatrice fa solo quello, anche se non è a tempo pieno. Visita la famiglia tre volte la settimana. È un lavoro di prevenzione importante, l’obiettivo è migliorare la situazione famigliare. L’intervento dovrebbe durare non più di 18 mesi, ma siamo elastici. È l’unico servizio di questo tipo riconosciuto dal Cantone. Questo aiuto a domicilio evita di portare al collocamento dei ragazzi quando crescono. Riceviamo le segnalazioni soprattutto dalle scuole, e i casi sono aumentati in modo esponenziale».

Molto spesso sono famiglie in cui si litiga e le relazioni sono perturbate. La psicologa Laura Formenti sintetizza il ruolo del SAE: «La gestione creativa del conflitto parte, prima di tutto, dal benedire le situazioni conflittuali senza temerle. Il conflitto è necessario all’apprendimento, come ogni adolescente sa. L’operatore del SAE è un esperto di mediazione, il suo ruolo è spesso quello di facilitare la comunicazione, non negando il conflitto, ma portandolo verso la trasformazione».

Lo stravolgimento dei modelli famigliari e la fragilizzazione delle relazioni accresce il bisogno di sostegno. «L’obiettivo condiviso – annota Marco Galli, capo dell’Ufficio delle famiglie e dei giovani del Canton Ticino – è che il SAE continui sulla strada che ha intrapreso con impegno in questi anni, profilandosi come una delle risorse principali per valorizzare la competenza e la resilienza genitoriali, in modo che la famiglia non sia un semplice insieme di persone che si incontrano tra un’attività e l’altra, ma una cellula di tessitura della rete sociale e della cittadinanza. Si tratta di creare il contesto storico in cui anche la famiglia più vulnerabile possa ritornare a essere protagonista della propria azione educativa: garantire un futuro di benessere alle nuove generazioni, crescere esseri umani solidali e dei cittadini consapevoli. Una volta sarebbe stata una questione di giustizia sociale».